La polemica sulla morte di Anita

di Bruna Bertini

Nel frattempo, a complicare ulteriormente il quadro, una lettera anonima avvertiva mons. Bedini che si era voluto ostacolare l’azione del Socci, facendo intervenire il segretario di polizia Luigi Cesaretti, il quale aveva preso personalmente la conduzione delle indagini.

Ciò era avvenuto precisamente quando si stava delineando la responsabilità del dott. Nannini, accusato di non aver tentato di salvare almeno il bambino che Anita portava in grembo, di non averlo battezzato e di aver contribuito, insieme ai Ravaglia, all’uccisione della donna al fine di derubarla. La lettera anonima infine aggiunge esplicitamente che l’interruzione delle indagini intraprese da Socci si dovevano addebitare unicamente all’intervento dei marchesi Guiccioli, i quali, per salvare i propri fattori e non vedere il loro nome coinvolto in un’oscura vicenda, a forza di denaro e di ben manipolate astuzie hanno trasformato un misfatto in una cosa casuale ed innocente.

Dopo questa pervengono a mons. Bedini altre due lettere anonime che indicano come autori dell’omicidio di Anita alcuni abitanti di Sant’Alberto, i quali, promettendo aiuto a Garibaldi per la moglie malata, l’avrebbero uccisa per impossessarsi delle sue presunte ricchezze. I nomi che l’anonimo indica come organizzatori sono in effetti quelli dei salvatori santalbertesi. Ma il delegato Lovatelli scagiona immediatamente i personaggi chiamati in causa, ed indica al Bedini il presunto autore delle lettere: è lo stesso ispettore Socci, impiegato visionario e del tutto inetto...ciarliero, millantatore e poco fedele. Bedini però vuol vederci più chiaro e trasmette a Roma gli estremi della vicenda: se ne interesseranno prima il ministro dell’interno e della polizia, poi quello della giustizia.

Ma da Ravenna, questa volta da parte del presidente del tribunale Guaccimanni, non giunge altro che la conferma di quanto si era appurato al processo: i Ravaglia non sono colpevoli, anzi hanno offerto ospitalità ad una moribonda (in particolare Stefano Ravaglia era assente dalla sua casa mentre la donna moriva e quindi non poteva essere accusato di nulla). Il dott. Nannini può essere accusato solo di essersi allontanato dalla sua condotta per pochi giorni dopo il rinvenimento del cadavere, ma si è presentato al processo ed ha reso regolare testimonianza. Quanto al Manetti, coinvolto anche lui dalle anonime accuse, non risulta aver accompagnato Garibaldi a casa Ravaglia.

La drammatica vicenda della morte di Anita ed in particolare il trasporto e la sua successiva agonia su un biroccino costituiscono l’apice tragico dell’epopea garibaldina della disfatta, che dal piano politico e militare travalica nella sfera privata e personale degli affetti. E gli sviluppi successivi dell’intera vicenda, reali o fantastici che siano, aggiungono un alone di mistero al drammatico evento.


Immagine nella pagina:
Giovanni Fattori (1861-1862), La battaglia di Magenta (particolare), Galleria d'Arte Moderna, Firenze

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Aprile-Settembre 2007 (Numero 7)

Anita Garibaldi, Museo Civico del Risorgimento, Bologna

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