Scienze e TecnologiaCosì lontani, così vicini. Due miti a confronto

di Samuele Graziani

La povertà è la caratteristica principale della sua vita. Povertà che rende vani i suoi sforzi e le sue tante invenzioni. Povertà che fondamentalmente si unì alla sfortuna, alla poca esperienza in politica ed economia, e alla cattiva conoscenza della lingua inglese. Insomma, la vita di un emigrato italiano nella New York di metà Ottocento non poteva di sicuro essere facile, e la sua non lo fu particolarmente. La moglie si ammalò di una forma grave di artrite deformante e presto rimase ferma a letto. In quell’occasione Meucci realizzò una linea telefonica fissa per mettere in comunicazione la camera della moglie con la fabbrica dove lui lavorava.

Ma quella del telefono, invenzione per cui noi lo ricordiamo, fu in realtà la sua rovina. Non avendo i soldi per pagare il brevetto, nel 1871 riuscì ad ottenere un caveat, un documento che lo autorizzava alla vendita e alla produzione del telefono. Si rivolse quindi alla compagnia telegrafica, la Western Union, per cercare un finanziatore. La Western Union letteralmente gli rubò l’idea, la diede a Bell da sviluppare, dicendo a Meucci che i suoi documenti erano andati perduti. Bell brevettò il telefono, nel 1876. Meucci gli fece causa, facendosi sponsorizzare dalla Globe Company, undici anni dopo i giudici diedero parzialmente ragione a Meucci riconoscendo una parte dei suoi meriti. Ma non gli servì a nulla, perché il suo caveat scadeva annualmente e lui da tre anni non aveva i soldi per rinnovarlo. Bell riprese in mano il brevetto e ci costruì sopra un impero: la AT&T, ancor oggi la più grande compagnia telefonica mondiale.

Morì nel 1889, un povero vecchio operaio fallito, vittima dello spietato sistema economico americano.

Il secondo. Inventore in senso lato. Giuseppe Garibaldi. Inventore Garibaldi? Solo in senso lato. Ma cosa invento? … l’Italia!

Non ci addentreremo troppo nella vita di Garibaldi. Troppe cose sono state scritte su di lui, e forse aggiungerne sarebbe superfluo. Ci piace l’idea di farne un parallelo con la vita di Meucci.
Giuseppe nasce a Nizza nel 1807, da famiglia benestante. Studia e intraprende la carriera marittima a Genova. Girando i mari d’Europa in lungo e in largo come marinaio, conosce le idee liberali e mazziniane, formula un suo proprio pensiero e inizia a dedicarsi con molte energie alla causa. Divenuto un disertore nel 1834, a soli 27 anni, inizia la sua vita di fuga. Francia, Tunisia, Spagna e poi Sud America. Tra il 1835 e il 1848 vive in Sud America, tra Brasile, Uruguay, Argentina. Là conosce Anita, la sposa e diventa padre. Là cresce la sua fama di eroe, di combattente e comandante valoroso.

Ebbe fortuna. Sicuramente era una persona molto al di sopra della media. Con grandi capacità e grandissimi ideali. Colto, taciturno, seppe sempre riconoscere quando era il momento di ripiegare e quando invece era il momento di forzare la mano. Rientrò in Italia nel 1848, l’anno successivo perse la moglie malata mentre erano in fuga da Roma verso Venezia. Proseguendo la fuga in maniera rocambolesca riuscì a salvarsi e l’anno seguente tornò in America, meno di due anni a New York per poi imbarcarsi nuovamente per il Perù e nuovamente per l’Italia nel 1854. Dopo 5 anni passati a fare il contadino sull’isola di Caprera, ritornò alle attività militari. E di lì a poco la famosa spedizione dei mille e la tanto agognata Unità d’Italia. E poi altre spedizioni tra Italia, Austria e Francia, ma con l’Unità d’Italia noi ci fermiamo.

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Aprile-Settembre 2007 (Numero 7)

Anita Garibaldi, Museo Civico del Risorgimento, Bologna

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