Giuseppe Garibaldi

Il ritorno in Italia

di Andrea Trentini

Varcammo così l’Oceano incerti sulle sorti dell’Italia, altro non sapendo oltre alle riforme promesse da Pio IX. Il punto indicato da approdare in Italia era la Toscana, ove si doveva sbarcare comunque ne fosse stata la situazione politica, incontrando amici o dovendo combattere nemici. Un approdo in Santa Pola, nella costa di Spagna, modificò le nostre risoluzioni e fissò la meta nostra a Nizza; la malattia d’Anzani aggravavasi. I pochi viveri adeguati alla sua situazione erano esausti, bisognava approdare la costa per provvedersene. Giungemmo in Santa Pola. Andato in terra il capitano Gazzolo, comandante la Speranza, ritornò celermente a bordo con notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi. Palermo, Milano, Venezia e le cento città sorelle avevano operato la portentosa rivoluzione. L’esercito piemontese perseguiva l’austriaco sbaragliato; l’Italia tutta rispondeva all’appello dell’armi come un sol uomo e mandava i suoi contingenti di prodi alla guerra santa.
Lascio pensare l’effetto prodotto su tutti noi da tali notizie; era un correre sulla tolda della Speranza abbracciandoci l’uno con l’altro, fantasticando, piangendo di gioia. Anzani balzava in piedi superando l’orrendo suo stato di distruzione. Sacchi voleva ad ogni costo esser tolto dal giaciglio ed esser trasportato sopra coperta.

Alla vela! Alla vela! era il grido di tutti, e certamente se non si fosse eseguito subito tale atto ne sarebbero risultati dei disordini. In un lampo fu salpata l’ancora e il brigantino era alla vela. Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all’impazienza nostra. In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia e giungemmo in vista d’Italia, della terra promessa! non più proscritti, non più obbligati di pugnare per scendere sul lido della patria nostra. E perciò, cambiato il divisamento di approdare in Toscana, fu scelto Nizza, primo porto italiano, e vi sbarcammo il 23 di giugno 1848.

Nella sventura, per cui ero passato nella mia vita tempestosa, io avevo sempre sperato in giorni migliori. Lì, a Nizza, v’era un complesso di felicità per me, come a nessun uomo è concesso di pretender maggiore. Troppa felicità veramente! ed ebbi quasi un presentimento di sciagure non lontane.
Anita mia, ed i miei bimbi, partiti dall’America alcuni mesi prima, erano lì, riuniti alla vecchia mia genitrice, ch’io idolatravo e che non vedevo da quattordici anni. Parenti cari e preziosi amici dell’infanzia mi riabbracciavano, giubilanti di vedermi e in un’epoca così fortunata!

Quella popolazione di concittadini miei, sì buona, si esaltava dalla sorte sublime che brillava sull’orizzonte dell’avvenire italiano, era fiera del poco da me operato nel nuovo mondo! Oh! certo era la posizione mia invidiabile! Intenerito, io rammento quelle tante dolci emozioni, che sì presto e sì dolorosamente dovevan terminare! Non giunti ancora all’entrata del porto, già la cara mia consorte apparivami in una barchetta tripudiando dall’allegrezza. Una popolazione immensa mostravasi da tutte le parti accorrendo al ricevimento del pugno di prodi che disprezzando lontananza e pericoli traversavano l’Oceano per venire a offrire il sangue loro alla Patria.

Buoni e valorosi compagni miei! Quanti di voi dovean cadere sulla terra natale coll’amara disperazione di non averla redenta! Eran pur belli di virtù, di bravura, di gloria, quei giovani miei compagni! E se fossero degni della loro missione lo provarono sui campi delle patrie battaglie, ove le loro ossa biancheggiano forse insepolte, e senza un sasso che ricordi a queste nuove generazioni, che essi fecero indipendenti dallo straniero, tanto valore e tanto sacrificio!


Immagine nella pagina:
Filippo Palizzi, Gruppo di garibaldini (particolare), 1860, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma

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Aprile-Settembre 2007 (Numero 7)

Anita Garibaldi, Museo Civico del Risorgimento, Bologna

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