La mia bisnonna ha conosciuto Garibaldi

di Umile Granasezia

Era l’autunno del 1859. Garibaldi (lo dicono i libri di storia) aveva appena partecipato alla Seconda Guerra di Indipendenza, guidando i Cacciatori delle Alpi contro gli Austriaci in Lombardia. Stava andando in Romagna per cercare di invadere le Marche. Pioveva.
La nonnina aveva diciassette anni, un figlio piccolo e un evidente pancione, il secondogenito sarebbe nato di lì a poche settimane. Il marito aveva idee liberali, le parole che risuonavano nelle campagne e nelle teste della povera gente erano libertà, Italia. Mazzini, Garibaldi… li conoscevano tutti, e in realtà tutti li ammiravano. O almeno così mi diceva la nonnina.

Una sera suo marito rientrò a casa prima del solito, sembrava pazzo, correva e le urlava di preparare perché sarebbe arrivato Lui a cena da loro. Passava da lì, avrebbe dormito a casa di altri, ma avrebbe cenato con loro. Arrivò dopo dieci minuti, con altre tre persone.
Il pasto fu semplice e povero, come tutte le sere, non poteva essere altrimenti. Solamente c’erano quattro bocche in più da sfamare, che significava che i giorni successivi ce ne sarebbe stato di meno per lei e per suo marito.

Non disse quasi nulla durante tutta la cena. Fu gentile ma distaccato, quasi pensasse ad altro. Era un bell'uomo. Capelli e barba lunghi. Aveva un carisma unico. Nonostante non avesse quasi parlato per tutta la sera, la sua sola presenza era comunque il centro dell’attenzione. Si parlava di libertà e Italia, non si parlava d’altro. Ma le stesse parole ripetute altre cento volte, con Lui lì, avevano un altro significato, un altro peso.
Rivolse la parola direttamente alla mia nonnina solo due volte, per salutarla appena arrivato, e per ringraziarla della cena prima di partire. Ma quei due brevissimi attimi la segnarono.

All'arrivo, entrando, i suoi occhi veloci scrutarono la stanza. Lei lo stava fissando. Per lei era facile, attendeva che lui entrasse e stava guardando verso la porta. Lui invece doveva guardare un ambiente nuovo e non sapeva chi e cosa avrebbe incontrato, quindi quando lui la vide lei lo stava già guardando. Lo notò solo lei. Ma ne era sicura. Quando Lui la vide, nei suoi occhi passò un lampo. Un fulmine improvviso e velocissimo, subito nascosto da quell'aria di tristezza che era la caratteristica del suo sguardo.

Quel fulmine turbò la nonnina. A fine cena, quando si congedò, ringraziò per la cena e la salutò stringendole la mano e dicendo una frase di cortesia qualsiasi, come un qualunque gentiluomo avrebbe potuto dire in quella situazione Grazie per la cena e poi abbassando gli occhi alla pancia della nonnina Sia felice, e ami suo marito. Capisco che la nonnina fosse rimasta turbata. Era una persona semplice. E quella frase non era esattamente una banale frase di saluto. Non lo seppe mai, non ne ebbe la possibilità.

Da allora ad oggi è passato oltre un secolo e mezzo. E libri su Garibaldi ne sono stati scritti tantissimi. Forse ho capito, mi piace pensare di aver capito. Garibaldi entrando in quella casa vide una donna dai capelli neri con un bambino piccolo e un grande pancione. Quel lampo negli occhi fu forse un ricordo della sua Anita.


Umile Granasezia


Immagine nella pagina:
Foto di Giuseppe Garibaldi, Gustave Le Gray, 1860, Palermo

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Aprile-Settembre 2007 (Numero 7)

Anita Garibaldi, Museo Civico del Risorgimento, Bologna

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