Entrambi vengono avviati a Bari da cui partiranno in treno alla volta del Trentino, in un viaggio lunghissimo (a titolo d’esempio, Bari – Ancona: 19 ore; Ancona – Milano: 24 ore) e
disastrosissimo. Diverso è l’atteggiamento dei due giovani rispetto all'esperienza che stanno vivendo. Il marchigiano, figlio di un operaio e lavoratore lui stesso, è forse più avvezzo a sopravvivere con poco. Il giovane fiorentino è uno studente. Nelle sue
Memorie alla casalinga di un garibaldino (
Memorie alla casalinga di un garibaldino. Guerre nel Tirolo 1866, Livorno, 1866. D'ora in poi le citazioni saranno seguite dal solo numero di pagina), insieme al racconto dei fatti di quell'anno, appaiono frequenti riferimenti al cibo, poiché l’autore vive ogni esperienza narrata
con tutto l’appetito dei [suoi] diciassette anni (p. 7).

Emerge sin dalle prime pagine in tutta la sua evidenza la totale disorganizzazione dell’approvvigionamento. Spesso, nel lungo viaggio per tappe attraverso l’Italia per raggiungere il fronte, i pasti venivano ripetutamente promessi ad ogni sosta. Tuttavia, l’orario d’arrivo e la promessa di cibo erano raramente rispettati.
Infatti non alle tre dopo mezzogiorno come ci era stato detto, bensì alle sette pomeridiane arrivammo in Brescia, e della famosissima zuppa non sentimmo nemmanco l’odore, perché nessuno aveva pensato a cuocerla (p. 64), riferisce il giovane fiorentino. Di fatto
, l’appetito e il sonno furono sempre la lex suprema
dei volontari (p. 13). La fame era tale che
quelle centinaia di giovanotti (…) avrebbero addentato le cortecce degli alberi (p. 64). Più che la mancanza di mezzi, la reale causa di tante privazioni sembra essere la disorganizzazione a cui gli ufficiali non si preoccupavano di porre rimedio.
(…) Come mai, – si chiede il giovane toscano – mentre si sa che il governo spendeva a rotta di collo per le provvigioni della nostra Intendenza, le provvigioni non arrivavano mai in tempo, e ci siamo trovati a vivere due giorni con una mezza galletta ammuffita, e in qualche giorno siamo stati costretti, per campare la vita, ad entrare furtivamente nei poderi e nelle case, e rubacchiare qualche pugnello di farina, o strappar dalla terra qualche dozzina di patate (p. 18).
Certo, seguendo le raccomandazioni dello stesso Garibaldi, i soldati si recavano spesso a comprare cibo presso i contadini o nelle piccole botteghe di paese. Disponevano di una modesta paga, 13 soldi, con cui a Bari, dove erano acquartierati in attesa di partire per il Trentino, ci si poteva permettere l’acquisto di un pane (10 soldi) e un litro di vino (3 soldi). In altre zone della Puglia, essendo meno cari i generi alimentari, al semplice pane si poteva aggiungere del salame. Provvedere da sé alla propria sussistenza sembra essere abituale.
Quando il rancio era scarso e la paga insufficiente, spesso interveniva la popolazione, soprattutto nelle numerose soste lungo la penisola durante il viaggio verso il fronte. Quando giungemmo a Iesi fummo accolti dalla festosa accoglienza dei cittadini. Accoglienza che ci fu riservata ad ogni stazione dove ci fermavamo, Marche, Romagna, Alta Italia era sempre la stessa cosa. Doni, fiori, sigari, vino, paste (…), conferma il volontario marchigiano (
Ricordi di un garibaldino. Sito: www.stefanoschiavi.com, d'ora in poi citato con la sigla RG).
Immagine nella pagina: Giovanni Fattori, Episodio della Battaglia di Custoza (particolare), 1870, Pinacoteca di Brera, Milano