Come a tutti gli artisti capita, le vicende personali e private si intrecciano con i momenti di grande estro artistico. Negli anni in cui la vita privata del maestro fu spiacevolmente investita dai pettegolezzi sempre meno velati e sempre più sfacciati che i bussetani si scambiavano su Giuseppina Strepponi, l’ispirazione per La Traviata era lì, a portata di mano con quelle vicende personali e familiari che Verdi stava vivendo. Ai bussetani non piaceva assolutamente che Verdi avesse portato a Sant’Agata una donna con quella reputazione e, soprattutto, che non l’avesse sposata. A complicare ulteriormente le cose ci si era messo anche Antonio Barezzi, padre della sua defunta moglie nonché protettore al quale per tutta la vita Verdi non smise mai di tributare calorosa riconoscenza e devota gratitudine, che aveva conosciuto Giuseppina anni prima a Parigi ed aveva avuto con lei rapporti cordialissimi.
Il complesso rapporto che legava Verdi, Giuseppina e Antonio Barezzi ritorna ne La Traviata, che, se non è una trasposizione diretta della situazione personale di Verdi, ha comunque fortissime corrispondenze con il suo privato. Violetta non è Giuseppina ma entrambe hanno in comune la condizione di donna sola e il tentativo di emergere da un passato socialmente inaccettabile e ad entrambe un uomo offre amore, infischiandosene delle convenzioni sociali. In una delle lettere rivolta a Vincenzo Luccardi tratteggia la sua idea della Violetta: Non verrò a Roma per più motivi. Il primo perché l’impresario è uno spilorcio, il secondo perché la censura ha guastato il senso del dramma. Ha fatto la Traviata pura e innocente. Tante grazie! Così ha guastato tutte le posizioni, tutti i caratteri. Una puttana deve essere sempre una puttana. Se nella notte splendesse il sole, non vi sarebbe più notte. In somma non capiscono nulla!...
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Strada facendo mi sentivo indosso una specie di malessere indefinibile, una tristezza somma, un’ambascia che mi gonfiava il cuore!...rincasai e con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomisi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi, e mi si affaccia questo verso: Va, pensiero, sull’ali dorate.
Scorro i seguenti versi e ne ricevo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre.
Leggo un brano, ne leggo due: poi, fermo nel proposito di non scrivere, faccio forza a me stesso, chiudo il fascicolo e me ne vado a letto!...ma sì…Nabucco mi trottava pel capo!...il sonno non veniva: mi alzo e leggo il libretto, non una volta, ma due, ma tre, tanto che al mattino si può dire che io sapeva a memoria tutto quanto il libretto di Solera.
Con tutto ciò non mi sentivo di recedere dal mio proposito, e nella giornata ritorno al teatro e restituisco il manoscritto a Morelli.
Bello, eh?... mi dice lui.
Bellissimo.
Eh!...dunque mettilo in musica!...
Neanche per sogno…non ne voglio sapere.
Mettilo in musica, mettilo in musica!...
E così dicendo prende il libretto, me lo ficca nella tasca del soprabito, mi piglia per le spalle, e con un urtone mi spinge fuori dal camerino non solo, ma mi chiude l’uscio in faccia con tanto di chiave.
Che fare?
Ritornai in casa col Nabucco in tasca: un giorno un verso, un giorno l’altro, una volta una nota, un’altra volta una frase…a poco a poco l’opera fu composta. Eravamo nell’autunno del 1841.
Con il patrocinio del Comune di Bologna