L’utilità del metronomo è evidente e indubbia in fase di studio: una scansione temporizzata del tempo aiuta il musicista o il cantante nell’esecuzione, in particolare sui tempi veloci. Mentre in fase di concerto la personalità dell’esecutore risalta proprio e anche discostandosi dalla scansione rigida delle note nell’arco temporale, un professionista, mentre studia per diventare tale, deve imparare a rispettare il metronomo. A titolo di curiosità, in occasione del trentennale della sua scomparsa, nel dicembre 2007 è andato all’asta da Sotheby’s a Milano il metronomo svizzero di marca Paillard che era il piccolo amico inseparabile di Maria Callas… con una base d’asta di 1.500 Euro!
Nella sua brevissima storia, il metronomo fu protagonista di un furto intellettuale. Fu concepito nel 1812 dall’inventore olandese Dietrich Nikolaus Winkel, il quale però non lo brevettò. Quattro anni dopo, nel 1816, il musicista tedesco Johann Nepomuk Mälzel lo reinventò, o meglio, rubò l’idea e semplicemente la brevettò assumendosene la paternità.
E dal suo patriarca prende il nome, usato tutt’oggi, di Metronomo Mälzel, la cui scala di misurazione del tempo, usata tutt’oggi, rimane MM, Misure Mälzel.
Mälzel era figlio di un organista e ricevette una buona istruzione musicale, prima del metronomo aveva inventato il Panharmonicon, un automa capace di suonare alcuni strumenti, per il quale Beethoven scrisse la sua opera n°91, la Wellington’s Victory. Mälzel conosceva bene Beethoven, per il quale aveva anche realizzato alcuni rudimentali apparecchi acustici per aiutarlo, visto che diventava progressivamente sordo.
Beethoven fu il primo grande estimatore del metronomo, si suppone anche che sia stato egli stesso a spingere Mälzel nella direzione dell’invenzione. Beethoven dedicò al metronomo l’Ottava Sinfonia e fin dal 1817 annotò minuziosamente su tutte le sue partiture le indicazioni metronometriche.
L’indicazione dei tempi di metronomo su una partitura ha un’importante funzione, ossia spiegare con quale velocità l’autore vuole che sia eseguito il brano musicale. Insomma, per un direttore d’orchestra suonare La Traviata con semiminima a 144 piuttosto che a 100 fa una bella differenza!
In Italia il metronomo fu accettato a fatica. O meglio, inizialmente non fu proprio accettato. Probabilmente per la stessa latinità della popolazione, la libertà d’interpretazione veniva di gran lunga reputata più importante rispetto alla regolarità e rigidità dell’esecuzione.
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Ritratto di Giuseppe Verdi
Con il patrocinio del Comune di Bologna