Il Ten. de Rudio, all’inizio dello scontro, aveva disposto di sua iniziativa alcuni uomini nella vicina boscaglia così da impedire ai Sioux un attacco sul fianco del suo Battaglione.
Al momento della rotta, buona parte dei suoi uomini fuggì. Il veneto, invece, tentò di salvare il guidone della sua compagnia ma perse il cavallo e rimase isolato nella boscaglia insieme ad un soldato della Compagnia G, Thomas O’Neill. I due riuscirono a salvarsi perché gli indiani, impegnati nell’inseguimento del resto del Battaglione, non si accorsero della loro presenza per cui i soldati ebbero modo di nascondersi in alcuni anfratti nel sottobosco. Solo alle 2 del mattino del 27 giugno, dopo 36 ore di terrore, con gli indiani che andavano e venivano a due passi da loro e dopo aver rischiato per ben due volte di scontrarsi con gruppi di pellirosse, de Rudio e O’Neill riuscirono a ricongiungersi ai resti del 7°.

Anni dopo, Thomas O’Neill ricordò: …
fu quel giorno più di ogni altro che de Rudio dimostrò di essere una delle persone più coraggiose ed abili che avessi mai visto.
Bisogna ricordare inoltre che insieme a de Rudio erano presenti altri cinque italiani al Little Big Horn, il più noto dei quali è certamente John Martin (alias Giovanni Martini), romano, ex garibaldino, diventato trombettiere personale di Custer. Martini fu l’unico del Battaglione Custer a scampare al massacro, perché l’ufficiale americano lo inviò a portare ordini al Capitano Benteen pochi minuti prima dello scatenarsi dell’attacco indiano.
Va citato un altro piccolo ma importante aneddoto relativo alla battaglia: Custer tempo prima aveva criticato de Rudio per aver accettato una sciabola dall’elsa d’oro donatagli dai soldati del 7°. Così, quando poco prima della battaglia Custer ordinò ai suoi ufficiali di lasciare le loro sciabole al campo, in modo da poter viaggiare più leggeri, de Rudio, un po’ per ripicca, portò con sé la sua lama, diventando così l’unico soldato americano ad aver brandito la sciabola al Little Big Horn. Ma le avventure dell’eroe bellunese non terminarono con la famosa battaglia, che vide il sacrificio del
Generale Custer: l’anno successivo partecipò infatti nell’Oregon alla campagna contro i Nez Percé di Capo Giuseppe, detto il
Napoleone Indiano, combattendo negli scontri di Canyon Creek e di Eagle Creek; poi, trasferito nel Sud-Ovest, ebbe modo di combattere, dal 1880 al 1885, nella campagna dei Generali Crook e Miles contro gli Apache Chiricahua di Geronimo. Sembra, tra l’altro, che de Rudio sia riuscito a conoscere personalmente il coraggioso e feroce Capo indiano.
Infine la carriera dell’Ufficiale veneto si chiuse nelle tranquille guarnigioni di Fort Sam Houston in Texas e di Fort Bayard in New Mexico.
Andato in pensione nel 1896 con il grado di Maggiore, de Rudio si ritirò a San Diego e morì il primo novembre 1910 a Pasadena (Los Angeles).
Che dire di più: forse la personalità fiera e indipendente di questo personaggio da romanzo d’avventura, così romanticamente ed eroicamente ottocentesco, si riassume tutta in una frase che lui stesso pronunciò in una discussione tra amici nel lontano 1855 ad appena ventitré anni: …
i di Rudio non sono soldati di ventura. Per la Libertà sempre! Mercenari di despoti stranieri, mai!
Immagine nella pagina:
La battaglia al Little Big Horn (particolare)