Il ritorno al cosmopolita Cairo le permette di cogliere aspetti che non aveva avuto modo di osservare: Le donne turche e copte sono invisibili perché costantemente chiuse, e quando escono sono tutte inviluppate nei loro manti ad eccezione degli occhi. Le armene godono alquanto più libertà, lasciandosi vedere alla finestra a viso scoperto; ma per istrada le sole europee camminano a viso scoperto. Al Cairo, grazie all’attività dello zio, Amalia è invitata dalla principessa moglie del Defterdar Bey. Per la prima volta, insieme alla madre e alla sorella, varca la soglia di un harem: gli eunuchi […] c’introdussero in una superba e grandissima sala al primo piano, ove eravi una quantità di odalische che lavavano il pavimento. Abituati allo sguardo dei pittori orientalisti, ci sorprende questa immagine dell’odalisca intenta alle fatiche domestiche. E diffidenti, pensiamo che chiami con questo termine la semplice serva. Invece prosegue nella descrizione dei ricchi abiti che queste donne indossano, delle fila di finissime perle che portano intorno al collo, concludendo che i ricchi ornamenti facevano un curioso contrasto con l’ufficio che in quel momento esercitavano. Un’immagine nuova dell’harem appare, forse meno sensuale ma più realistica. La principessa, in compagnia di una zia, le riceve fumando una pipa adorna di brillanti, un’attività abituale che Amalia ritrova in tutti gli harem che frequenta e che le viene spesso proposta mettendola in serio imbarazzo.
Amalia e la zia sono invitate spesso anche da principesse che non conoscono e, siccome le turche menano una vita monotona, la nostra presenza [serve] di qualche trastullo. Una in particolare non poté trattenersi dal ridere per il nostro modo di vestire. Incuriosita, chiede: Ma, di grazia, ditemi, come è fatto questo vostro abito? E semplicemente, in ciò dire cominciò a scioglierne le legature. Dopo di che, chiama sorelle e cognate e di mano in mano che esse arrivavano, bisognava incominciare il divertimento dello spogliarsi e vestirsi per far vedere gli abiti nostri. Le principesse insieme alle odalische e alle schiave provenienti da ogni regione del vasto impero turco (greche, giorgiane, circasse) trascorrono il tempo fra pranzi, fumo della pipa, caffè consumando così varie ore in una conversazione lenta ed interrotta di quando in quando dai più insignificanti discorsi. Solo verso sera scendono in giardino, precedute dagli eunuchi che fanno ritirare gli eventuali visitatori. A volte qualche dramma rabbuia la monotonia della vita quotidiana: capita che il padrone s’invaghisca di una schiava che gli dà un figlio, e che la padrona, colta da violenta gelosia, rinchiuda la povera ragazza in una cella, oppure che una giovane sia apprezzata dal pascià perché sa leggergli belle storie e che, per la gelosia delle altre, sia fatta sposare ad uno sconosciuto. Tuttavia Amalia sottolinea che è erroneo il supporre che le donne turche siano infelici, poiché, oltre la suprema felicità che fanno ragionevolmente consistere nell’avere prole e divenire affettuose madri, non mancano di passatempi come la danza, il canto, i bagni, le passeggiate, il vestire e persino l’ozio che è considerato come uno dei piaceri della vita.
Spinta dal desiderio di istruirsi e di conoscere le usanze locali, Amalia si sente inizialmente soffocare in quell’ambiente al punto da annotare la prima volta che esce dall’harem: parvemi allora di rinascere e di ricuperare la libertà. Tuttavia l’amicizia con la principessa Rossane, che si costruisce sul reciproco rispetto, le rende familiare quel mondo di cui ci restituisce la realtà fatta di convivenze forzate e di segregazione, un mondo che per contrasto mette in evidenza quanto libera era la pur sottomessa donna romantica.
Immagine nella pagina:
P. D’Avennes, Interno di un harem del Cairo (particolare)
Con il patrocinio del Comune di Bologna