Sul modello viennese si formò l’operetta italiana.
L’operetta ebbe il suo battesimo a Bologna con la Compagnia francese dei Fratelli Gregoire che rappresentarono in lingua originale alcune operette di Offenbach, La Bella Elena, Orfeo all’Inferno, La Périchole, nel 1867 inaugurando il 20 novembre un nuovo teatro in legno eretto nell’attuale Piazza Cavour, una sorta di baraccone illuminato a gas privo di quelle comodità che si addicevano anche ad un modesto teatro. Comunque il pubblico fece ressa per assistere alle esibizioni dei Fratelli Gregoire; per quanto la maggioranza non capisse nulla della recitazione degli artisti, per la vivacità dell’azione e soprattutto per l’avvenenza di alcune soubrettes, gli entusiasmi non mancarono: Suonarono sinceri plausi si legge sul Monitore di Bologna, testimoniando che il nuovo genere dell’operetta fu accolto con successo dai bolognesi.
La Compagnia Gregoire diede spettacoli per un mese e mezzo; va detto che le gambe della Bella Elena, esibite senza parsimonia, incrementarono il successo tra i bolognesi che, in opposizione alla castigatezza d’obbligo di quei tempi, destarono allarmi di diversa natura presso gli scrupolosi e gli spregiudicati.
Ben presto si formarono compagnie italiane, le quali si dedicarono all’esecuzione di operette straniere. Tra i primi impresari di compagnie operettistiche ricordiamo Antonio Papadopoli e Andrea Codebò che operarono tra Modena e Milano; il repertorio italiano era in genere costituito da traduzioni o rifacimenti di operette francesi spesso affidati a esecutori scadenti. Nonostante ciò il genere andò a poco a poco affermandosi.
Tra i bolognesi particolare importanza ricoprì Filippo Bergonzoni, grasso e tondo come una botte, comicissimo, che nel 1873 fece furore al Teatro Brunetti, attuale Teatro Duse. Proveniente dall’Accademia Filodrammatica, esordì come amoroso, ma lasciò presto i ruoli seri per ricoprire il ruolo del brillante (era allora uno stornello sul tipo di Bramieri) e poi di caratterista, infine approdò all’operetta dove incontrò il suo sincero successo col quel suo viso aperto e rubicondo, quadrato, minuziosamente raso da brav’uomo. Si legge che il Bergonzoni al solo presentarsi già metteva di buon umore il pubblico.
Luigi Rasi dice che il Bergonzoni fu molto apprezzato come artista, moltissimo amato come uomo, poiché niuno forse ebbe come lui tanta mitezza di indole, tenta elettezza di modi. Predilesse il dialetto bolognese che inframmetteva piacevolmente in ogni discorso; e fu nei più alti ritrovi disputato per la gaiezza del conversare, generata da un’inesauribile vena di comicità ch’egli seppe mostrare assai più in società che in teatro. Udita un giorno in una casa una forte scampanellata, chiamò in fretta la serva e le disse: S’lé un creditòur, ciamà m, ch’aj casch adoss!
Era talmente colossale e corpulento che l’attore Milzi, andato a Genova al Politeama, e trovato nel camerino un paio di mutande enormi, disse che non potevano essere che dimenticate da un bolognese famoso, un certo Pippo, Bergonzoni s’intende!
Immagine nella pagina:
Théâtre des Bouffes - Parigi, ca. 1878
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