Nel Dar-Tama la spedizione si sofferma per due mesi, in parte a causa delle difficoltà frapposte dal sultano del territorio successivo, il Wadai, uomo molto diffidente nei confronti di coloro che arrivano dall’Egitto. Alla fine di ottobre sono finalmente a Abéché, dove vivono giornate di solitudine: si sentono costantemente sotto controllo e hanno l’impressione di essere in prigione. La diffidenza di quelle popolazioni è d’altronde comprensibile: Matteucci e Massari (il principe Borghese aveva fatto ritorno in Europa) arrivano dal Cairo, un percorso insolito se si considera che abitualmente i bianchi affrontano la traversata del deserto da Tripoli. Si teme che siano spie inviate segretamente dall’Egitto per intraprendere qualche guerra di conquista. Inoltre, altro fatto decisamente insolito, questi bianchi viaggiano senza armi, non hanno velleità particolari se non quelle di vedere il paese. Ma i due viaggiatori superano il test: sono finalmente al cospetto del sultano con cui scambiano doni, e riescono a ripartire il 20 novembre.
Si avviano verso il lago Ciad, lo contornano dalla riva meridionale e giungono a Kukawa alla fine di gennaio. Qui hanno la sorpresa di incontrare un italiano, un certo Giuseppe Valpreda, che aveva seguito l’esploratore tedesco Nachtigal da Tripoli in qualità di domestico e che, per dissensi avvenuti tra loro, era stato abbandonato in quella città. Valpreda si era adattato alla nuova vita. Si era fatto musulmano, si era sposato e aveva due bambini. Alla vista dei concittadini, per un momento pensa di riprendere la strada del ritorno. Ma quando gli viene offerta l’opportunità di fuggire, non se la sente di abbandonare la sua nuova vita nella quale è ormai pienamente inserito. Matteucci e il suo compagno rimangono fino al 20 marzo a Kukawa, quando ripartono in direzione sud-ovest verso Kano.
Da questo momento in poi le notizie riportate sul diario di Matteucci si fanno essenziali: l’esploratore è sotto l’effetto di una febbre persistente che non lo abbandonerà più. Si sofferma soltanto a descrivere la città di Kano, la più grande finora incontrata dopo Suakin; racconta di un’esecuzione capitale alla quale assiste a Bida e dei rapporti cordiali che si instaurano con il sultano di quella città. Da Bida lungo il fiume i due esploratori giungono a Egan, dove vengono accolti in una fattoria inglese impiantata alcuni anni prima.
Qui Matteucci riceve le prime cure. La sollecita cortesia degli inglesi va fino a far giungere due piroscafi che imbarcheranno uomini e bagagli fino al porto di Akassa sul golfo di Guinea, dove una nave li aspetta per portarli a Liverpool. Questa spedizione nel cuore dell’Africa, il cui percorso lungo 4600 km era durato una quindicina di mesi, ha sfibrato Matteucci. Sul treno che lo porta a Londra, la febbre lo prende fortissima. Giunge nella capitale inglese in uno stato gravissimo e lì si spegne all’alba dell’8 agosto 1881. Massari si incarica di portare in Italia, insieme alle spoglie, il diario e le varie carte, oltre che un plico segreto per il generale Baratieri, che scompare misteriosamente ed è tutt’oggi introvabile. I funerali si svolgono a Bologna il 19 agosto con grande partecipazione di folla.
Tipico esploratore ottocentesco, animato dalla passione delle scoperte, sostenuto dagli imprenditori e incoraggiato dai politici, Pellegrino Matteucci fu il primo europeo ad attraversare l’Africa dal Mar Rosso all’Atlantico. Eppure il personaggio appare oggi talmente sfumato, che nessuno ha ancora pensato di pubblicarne gli appunti e le numerose lettere. Di lui, oltre al monumento funebre presso la Certosa di Bologna e una lapide sulla casa granarolese in cui visse, rimane solo il debole ricordo di un’impresa estremamente ardua che gli stroncò la vita a trentun anni.
Immagini nella pagina:
Particolari del monumento dedicato a Pellegrino Matteucci (1850-1881), Certosa di Bologna, Chiostro V o Maggiore, portico ovest, arco 53
Con il patrocinio del Comune di Bologna