Il Passatore

di Andrea Trentini


Il Boncellino, paese natale di Stefano Pelloni, si trovava in una condizione giuridica particolarmente sfavorevole. Quella piccola frazione di Bagnacavallo, un borgo rustico popolato da un migliaio di braccianti, la maggior parte dei quali alloggiata in capanne di giunchi lungo l’argine del fiume Lamone, era infatti il punto di intersezione di un numero spropositato di giurisdizioni. Il potere era spartito fra le legazioni di Ferrara e Ravenna, i governatorati di Lugo, Bagnacavallo, Russi e Faenza, cui si aggiungevano i comuni di Cotignola e Russi. Inoltre sul territorio erano presenti un discreto numero di presidi militari austriaci che reggevano e controllavano il vicino Granducato di Toscana. A conti fatti gli abitanti del Boncellino si trovavano in una spiacevole condizione di inferiorità numerica rispetto alla quantità di persone che a vario titolo potevano comandarli. E allora si può comprendere come in alcuni di loro, specie tra i giovani, non ancora educati alla rassegnazione, la scorciatoia della malavita apparisse l’unica via per dichiarare il diritto alla vita.
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La famiglia Pelloni, della quale Stuvané era il più giovane di dieci figli, non era tra quelle che se la passavano peggio. La sopravvivenza era garantita dal loro piccolo podere sulla riva sinistra del Lamone che possedevano da generazioni. A rimpinguare le entrate ci pensava papà Girolamo affiancando all’attività di coltivatore quella di falegname e soprattutto quella di custode degli argini del Lamone. Faceva anche il traghettatore o, come si diceva a quel tempo, il passatore. Quel titolo sarebbe poi passato a designare suo figlio, che in realtà non diede che occasionalmente il suo contributo come barcaiolo. Ma a Stuvané tutto questo non bastava, oltre all’avventura fine a se stessa le sue passioni erano il vino, il gioco e le donne. Tutto questo in una parola significava soldi.

Il suo passatempo preferito era il gioco della bassetta, un passatempo infido e costoso. Molti contadini avevano dilapidato le loro esigue fortune puntando sulle carte traditrici, tanto che persino il governo si era occupato di quella rovinosa abitudine promulgando pene molto severe. Per quanto riguarda le compagnie femminili, il nostro eroe non andava molto per il sottile, fra le tante si ricorda la sua relazione con la procace Marianna Marangoni, donna sposata di parecchi anni più vecchia di lui, per tutti la Rivalona, in onore alla sua abitudine di concedersi al fortunato di turno sulla riva del Lamone. Purtroppo, o per fortuna, queste frequentazioni gli procurarono una fastidiosissima sifilide che tra evasioni e rapine non ebbe mai modo di curare a dovere e che lo tormentò tutta la vita obbligandolo anche a frequenti periodi di inattività.
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Maggio 2012 (Numero 20)

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