L'Ottocento fuori dall'Europa: ascesa e caduta della nazione Zulu

di Fabio Mosti

Dal momento che la nascita illegittima di Shaka lo rendeva un imbarazzo per il padre, fu allontanato ed inviato presso il vicino clan Mthethwa, dove venne arruolato nel reggimento dei suoi coetanei. Il clan Mthethwa in quel periodo era continuamente in guerra con i propri vicini, e così Shaka ebbe modo di distinguersi, finendo per assumere il comando del proprio reggimento. Ottenuto questo, Shaka iniziò a sperimentare con i propri uomini nuove tattiche, nuove armi e nuovi metodi di combattimento corpo a corpo; in breve questo si tradusse in un vantaggio decisivo sulle tribù confinanti, che venivano assoggettate una dopo l’altra. Era una piccola rivoluzione; un solo uomo, armato del proprio buon senso, di una straordinaria capacità di giudizio, di una logica salda e spregiudicata, aveva infranto tradizioni antichissime e questo lo aveva posto su un piano diverso dai propri vicini i quali, rimanendo aggrappati disperatamente ai vecchi metodi, soccombevano con essi.

Il parallelo con l’avventura napoleonica è evidente; e non a caso Shaka è stato definito il Napoleone nero. Alla morte del padre, Shaka rientrò in patria, dove conquistò rapidamente il trono. Divenuto re degli Zulu, proseguì con i propri metodi, assoggettando le tribù confinanti in un impero sempre più vasto e facendo della nazione Zulu la più grande potenza mai sorta nell’Africa Nera. A livello di organizzazione, Shaka fu in parte debitore dei Mthethwa, dei quali in effetti migliorò i metodi, prendendo le loro tradizioni come punto di partenza ma rinnovandole radicalmente. Tutti i maschi Zulu venivano raggruppati per fascia d’età in compagnie (intanga) al raggiungimento della pubertà; in questo modo, all’interno di questi gruppi si formava un solido spirito di corpo fin dall’adolescenza. Un ragazzo più anziano veniva nominato capo e responsabile dell’intanga. Quando l’intanga raggiungeva l’età di vent’anni, diveniva una compagnia militare a tutti gli effetti (iviyo) e riceveva l’addestramento da parte di un guerriero esperto, in attesa di venire aggregata a un reggimento (ibutho). Tutti questi passaggi erano caratterizzati dalle cerimonie a carattere magico-religioso tipiche di una civiltà allo stadio tribale, che contribuivano ad innalzare il morale degli uomini e a rafforzarne lo spirito di gruppo e la determinazione. Non si deve dimenticare quanta parte dell’efficienza e dell’abnegazione (di fatto suicida) dell’esercito Zulu dipendesse da questo fattore.

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Aprile-Settembre 2006 (Numero 4)

Gran Ballo dell'Unità d'Italia, Barbara Gadani, tecnica mista, 2006

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