Ma l’attenzione generale era rivolta verso le centocinquantasei persone colpite dalle schegge che furono prontamente trasportate nelle farmacie vicine o negli ospedali. Nei giorni successivi otto di queste morirono. Il bilancio delle vittime fu pesante: ventuno donne, undici ragazzi, tredici lancieri, undici guardie e trentuno agenti di polizia. Un sol proiettile rimase innocuo – racconta una cronaca del tempo – e fu quello che colpì la crinolina di una signora che si trovava sotto il peristilio del teatro. La veste, la crinolina, le sottane furono traforate, ma vinsero l’impeto della scheggia, che senza far danno venne ad urtare contro la coscia.
Per tutta la notte la polizia si diede ad affannose ricerche. All’angolo fra la rue Le Peletier e la rue Rossini era stata trovata una bomba in un piccolo sacco nero accanto a una lunga striscia di sangue. Poco più in là, un brigadiere aveva scoperto una pistola carica macchiata di sangue. Oltre a questi labili indizi, non c’era nulla che potesse portare ai colpevoli. Il giorno successivo, quando la notizia dell’atto terroristico giunse in Piemonte con il telegrafo elettrico, Cavour, preoccupato delle eventuali conseguenze sull’alleanza che andava lentamente forgiandosi fra i due paesi, esclamò: Purché non siano degli Italiani!. Il giorno stesso, l’ambasciatore francese a Torino gli rivelò la dolorosa realtà. Nessuno dei quattro accusati era suddito del regno di Sardegna, ma purtroppo erano tutti italiani.
Nell’arco di dodici ore, la polizia aveva arrestato i quattro presunti terroristi. Un evento casuale, avvenuto poco prima dell’attentato, aveva portato alla soluzione. Un ufficiale della polizia politica, Hébert, che si stava tranquillamente recando a teatro, aveva riconosciuto fra la folla il cospiratore lucchese Giuseppe Andrea Pieri, allontanato dalla Francia anni prima per misura di sicurezza. Lo interpellò per chiedergli come avesse potuto rientrare nel paese. Le risposte confuse e l’atteggiamento imbarazzato dell’interpellato portarono ad una perquisizione. Si rinvenne una bomba, una pistola e un pugnale. Immediatamente arrestato, solo dopo l’eccidio venne interrogato. All’una di notte, un commissario si presentava all’Hôtel de France et Champagne in cui alloggiava Pieri e iniziava la sua inchiesta. Nello stesso albergo si trovava l’amico bellunese Carlo Rudio che diede risposte tanto impacciate da essere perquisito e arrestato. Alle due e mezza, all’Hôtel de Saxe-Cobourg venne arrestato il napoletano Antonio Gomez, il quale dichiarò essere servitore di un inglese che si chiamava Allsop e che abitava in rue Mont Thabor 10. Il commissario si recò immediatamente a quell’indirizzo e interrogato il presunto commerciante di birra di nazionalità inglese, si rese conto che il suo interlocutore si esprimeva piuttosto male in quella lingua. Ebbene – proruppe ad un certo punto l’interpellato – sono italiano e mi chiamo Felice Orsini! Quello fuggito dalla fortezza di Mantova? Ebbene, siete in arresto.
Dei quattro rivoluzionari arrestati, solo Orsini, l’organizzatore dell’attentato, era una personalità di rilievo. Nato a Meldola (Forlì) nel 1819, laureato in diritto a Bologna, aveva aderito ben presto alla Giovine Italia, partecipando attivamente a numerosi fatti d’armi.
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L'attentato di Felice Orsini contro l'Imperatore Napoleone III