La fine dei Samurai

di Andrea Trentini

Molti degli antichi samurai diventarono soldati del nuovo Giappone. La classe che per secoli era stata la prima per la nobiltà che dava ad essa la spada, accettò di arruolarsi a fianco del popolo. Ma quando, nel 1876, si vietò ai samurai l’uso del simbolo più caro, la spada, scoppiarono rivolte a Kumamoto e ad Hagi. Un gruppo di samurai, dopo aver ucciso circa trecento guardie del castello, fece hara-kiri pur di non vedersi privati della loro spada. L’avvenimento ebbe vasta eco e a Satusma tremila uomini, armati con le antiche spade e le armi moderne decisero di restaurare la classe militare.

Kawanakajima (Miniatura 219x319 px)Erano comandati da Saigō Tamakori, uno dei fautori della restaurazione. Più di settantamila soldati imperiali combatterono contro gli insorti e li sconfissero, era il 1877. Ma i samurai seppero finire eroicamente il loro lungo dominio. Saigō Tamakori, ferito a una gamba, ordinò a un suo fido di tagliargli la testa, mentre i suoi compagni morirono combattendo o si uccisero piuttosto che arrendersi. Iniziavano ora le lotte per un nuovo tipo di potere.

Nel 1874, dopo un breve periodo in cui i samurai erano vissuti da pensionati, questi vennero esortati a trasformarsi in imprenditori commerciali e industriali. Le antiche abitudini all’obbedienza fecero sì che la trasformazione ebbe luogo. La grande imprenditoria giapponese non venne dai vecchi mercanti o usurai dell’epoca Tokugawa, ma da quei samurai che a questa trasformazione si adattarono perché tale era il volere dell’imperatore. I samurai diventati imprenditori trasferirono nella nuova attività gli usi e i costumi caratteristici della loro classe, contribuendo così a formare quelle particolari relazioni industriali di mercato del lavoro che caratterizzano la civiltà giapponese, unica nel suo genere nel mondo.

La mentalità dei samurai non solo ha resistito ai cambiamenti, ma si è trasferita nei rapporti interpersonali delle organizzazioni giapponesi. Si può dire che è avvenuta una samuraizzazione del lavoratore giapponese, con il suo datore di lavoro, come il samurai si comportava nei confronti del daimyō, con rispetto stretto della gerarchia e assoluta fedeltà all’azienda. La stessa etica dei samurai ancora oggi compare nei difficili equilibri politico-finanziari nel moderno Giappone.

Il concetto di umiliazione, che per il samurai significava perdita dell’onore, si è trasformato nell’estrema sensibilità del giapponese verso tutto quello che può sembrare una critica al suo operato. Criticare il lavoro del singolo comporta una svalutazione dell’intero gruppo di appartenenza, per cui l’umiliazione personale viene trasmessa automaticamente dal singolo al gruppo di lavoro.
È stato scritto: Il Giappone si è modernizzato ma poco occidentalizzato. Ha indubbiamente assorbito dall’Occidente tecnologie e procedimenti operativi, ma il suo sostrato tradizionale non ha perso la propria identità.


Immagine nella pagina:
Samurai nella battaglia di Kawanakajima, stampa del 1857
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Maggio 2017 (Numero 27)

Vignetta tratta dal giornale satirico La Rana, n. 19

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