Le informazioni, passando di bocca in bocca, si deformano, si gonfiano e creano uno stato di paura collettiva in tutta la città, tanto più che nemmeno le autorità sanno attribuire un nome a questo genere di violenza e il termine piqueur (dal verbo piquer: pungere), abitualmente usato in modo specifico in alcuni mestieri, assume una nuova accezione proprio in questa circostanza. Lo stesso avvocato del Re lo definisce un delitto spaventoso e vile, finora sconosciuto, più criminale delle ferite previste dal codice penale […] un incredibile attentato basato sul piacere gratuito di fare del male. D’altronde la stampa parla di assassini, mostri, vampiri invisibili.
Nell’immaginario collettivo, proprio nel 1819, prende corpo la figura del vampiro, diffuso da un racconto di Byron tradotto in francese quello stesso anno, nella cui introduzione si legge di morti che uscivano dalle loro tombe e succhiavano il sangue di giovani fanciulle particolarmente belle. D’altro canto, il gesto in sé, con lo strumento dell’aggressione, il tipo di vittima e lo spargimento di sangue seppur lieve, è altamente simbolico. Tutti questi elementi, uniti al fatto che le vittime non riescono mai a identificare l’aggressore, finiscono con il confluire in una paura diffusa che uno storico non esita a definire panico urbano.
Ben presto la stampa sfrutta questa paura per sostenere le proprie tesi. La situazione sociale e politica francese è in piena evoluzione e stenta a trovare nuovi parametri dopo la caduta di Napoleone e l’eredità rivoluzionaria con cui deve fare i conti. Nel maggio-giugno 1819 il governo di Luigi XVIII abolisce la censura, e ben presto si scontrano i giornali liberali con quelli ultraconservatori. Tutti i giornali strumentalizzano questo fatto di cronaca, che diventa oggetto politico di contestazione al regime e all’ordine stabilito da una parte, o, dall’altra, il prodotto di una cospirazione che punta a sovvertire il regime e dare la stura a una nuova rivoluzione. In sostanza, quasi tutti i giornali alimentano scientemente tesi complottistiche contribuendo ad accrescere il panico.
È la prima volta che in Francia, e probabilmente in Europa, si sfrutta un fatto di cronaca per condurre una battaglia politica. D’altra parte, continua ad aleggiare fra i cittadini lo spettro di una polizia che utilizza metodi arbitrari per reprimere gli oppositori, garantire l’ordine e manipolare l’opinione pubblica, una polizia in teoria scomparsa con la fine dell’Impero. Sono ancora ben vivi tuttavia i ricordi di punizioni corporali inflitte alle donne durante la Rivoluzione del 1789, come le sculacciate patriottiche, o la marchiatura con il ferro inflitta alle donne protestanti nel 1815. Bisogna tener conto anche delle temutissime azioni del celebre capo della Brigata di Sicurezza, Vidocq, ancora attivo all’epoca. La polizia quindi, forse anche per la lentezza con cui si muove, rientra pienamente nelle tesi complottistiche.
L’accusa principale che le viene mossa è di voler creare un diversivo con l’obiettivo di sviare l’opinione pubblica dai dibattiti politici del momento, e in particolare da quello relativo alla legge elettorale in discussione. Perciò, per eliminare tutti questi dubbi, la polizia cerca e trova un colpevole nella persona di Auguste-Marie Bizeul, un sarto di 35 anni, reo di sapere maneggiare molto bene l’ago e quindi capro espiatorio ideale. Sebbene Bizeul si dichiari innocente e accusi Vidocq d’aver gonfiato gli indizi contro di lui, sarà condannato a cinque anni di carcere. E con ogni probabilità è un’altra vittima della vicenda.
Immagine nella pagina:
Strenna di Capodanno 1820, Rimedio sicuro contro la Puntura, acquaforte del 1819