Giudizi ingenerosi che rivelano una sostanziale chiusura verso le novità che si sperimentavano a Roma in quegli anni e che i due giovani erano stati veloci a recepire. Minardi in particolare crea proprio intorno al 1813 una delle sue opere più intense, L’autoritratto nella soffitta, famoso per aver rappresentato in anticipo sui tempi la condizione esistenziale e la malinconia dell’artista romantico. Un’immagine perfetta del bohémien, un giovane sentimentale e dolente alla deriva sul suo materasso, che rifiuta di risiedere a Palazzo Venezia come gli altri studenti, preferendo vivere per conto proprio in una soffitta umida e buia pur di preservare la propria autonomia.
La vita a Roma è incerta e costosa anche per la Gargalli, che si sfoga spesso nella corrispondenza. Scrive nell’agosto 1814: Lontana dalla patria, priva di relazioni, non posso avere mezzi di supplire al vuoto cagionato dal considerabile ritardo delli pagamenti della pensione, e di conseguenza devo languire nell’inerzia e nello stato di tutte le più forti privazioni. I giudizi degli accademici sono spesso intrisi di spiccato maschilismo, come quando si trovano a valutare la grande tela con l’Aiace, l’eroe omerico che la Gargalli rappresenta con un pugno al cielo nell’atto di sfidare gli dei. Scrive il professor Alberi: Spero che l’Accademia vorrà chiamarsi soddisfatta dell’opera medesima sul riflesso che è stata eseguita da una giovane donna dalla quale non si può molto pretendere.
E ancora l’alunnato romano della pittrice si conclude con una promozione che però lascia l’amaro in bocca. A proposito della tela con Pirro che minaccia Andromaca si legge: La Commissione permanente di figura è rimasta contenta ed ha potuto conoscere nella stessa quel grado di avanzamento nell’arte cui può giungere una giovane donna.
Immagine nella pagina:
C. Gargalli, Aiace che si salva su uno scoglio, 1814