Mi resi, però, ben presto conto che il di più era alquanto scarso: il Conte di Torino, così chiamato dagli italiani dell’epoca, per non confonderlo con il cugino Vittorio Emanuele III, aveva condotto una vita piuttosto defilata, fatta perlopiù di concorsi ippici, avventure galanti, battute di caccia e poco altro. Inoltre, era stato sempre schiacciato dalla grande popolarità dei suoi fratelli: dal maggiore Emanuele Filiberto, Duca d’Aosta, protagonista del bel mondo, marito della bellissima Elena d’Orléans ed eroe della I Guerra Mondiale, al minore Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi e famoso esploratore, al fratellastro Umberto Maria, Conte di Salemi, anch’egli eroe della Grande Guerra e morto tragicamente di Spagnola poco dopo la fine del conflitto.
Vittorio Emanuele Torino Giovanni Maria di Savoia-Aosta, Conte di Torino, era nato nel capoluogo piemontese il 24 novembre del 1870, da Amedeo, primo Duca d’Aosta e Re di Spagna per brevissimo tempo, e da Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna. Orfano di madre all’età di 6 anni, fu ben presto avviato alla carriera militare: lo troviamo, infatti, Tenente del Nizza Cavalleria nel 1891 e poi Maggiore dei Cavalleggeri di Roma nel 1896. Promosso Colonnello, dal 14 febbraio 1900 al 19 dicembre 1903 comandò il Reggimento Lancieri di Novara, impegnandosi attivamente nel rendere il reparto uno dei migliori del Regio Esercito. Elaborò, infatti, un nuovo stemma reggimentale ed un nuovo motto, Albis Ardua, quest’ultimo tuttora in uso, e disegnò una nuova bandiera Colonnella. Inoltre, fondò il Circolo Ufficiali del Reggimento. Per tutta la vita, Vittorio Emanuele restò legato ai Bianchi Lancieri e, finché visse, fu da essi sempre considerato il loro Primo Lanciere.
Promosso Generale di Brigata nel 1903 fu, poi, Comandante Generale dell’Arma di Cavalleria dal 1913 al 1918, attuando alcune importanti riforme nei metodi di combattimento, che risultarono piuttosto utili nel Primo Conflitto Mondiale. Decorato con l’Ordine Militare di Savoia il 19 settembre 1918, divenne primo Presidente dell’ANAC (Associazione Nazionale Arma di Cavalleria) nel 1921 e Generale di Corpo d’Armata nel 1923, un po’ tardi, forse, per un principe della Real Casa come lui. Poco interessato alla politica, a differenza dei suoi fratelli non appoggiò il fascismo, finendo per scivolare sempre più nell’ombra durante il Ventennio. Lo ritroviamo settantatreenne il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, al balcone del Palazzo Reale di Milano, dove rivolse un breve discorso alla folla inneggiante ai Savoia. Fuggito a Losanna per evitare la cattura da parte dei tedeschi, rientrò brevemente in Italia al termine della Seconda Guerra Mondiale, per poi andare definitivamente in esilio dopo il Referendum istituzionale. Morì a Bruxelles il 10 ottobre 1946 ed è sepolto nella Basilica di Superga. Tutto qui.
Beh, non proprio tutto, in realtà: il Conte di Torino ebbe anche lui, per dirla con Andy Warhol, i suoi quindici minuti di celebrità.