Al rientro in Italia, il Conte fu accolto dai festeggiamenti della popolazione e ricevette numerosi telegrammi di congratulazioni. Da Re Umberto I innanzitutto: Voglio essere il primo a felicitarti con tutto il cuore dell’esempio da te dato e del successo riportato, recitava il dispaccio. Poi da Giosue Carducci: Permetta V.A.R. (Vostra Altezza Reale) di salutare commosso e plaudente il valoroso campione dell’Esercito vindice del nome italiano, ora e sempre, e ancora dal Sindaco di Roma e da Eduardo Scarfoglio, direttore del quotidiano napoletano Il Mattino. Giovanni Pascoli, addirittura, compose un breve poemetto in onore del Savoia, intitolato Le due spade. Ma il messaggio più toccante, forse, fu quello inviato da un tal Sig. Nicolini, che diceva semplicemente: Ringraziando S.A. (Sua Altezza) a nome del figlio caduto ad Adua.
Per alcuni mesi il Conte di Torino fu l’uomo del momento, poi il Duca degli Abruzzi tornò in Italia reduce dalla vittoriosa scalata del S. Elia e Vittorio Emanuele sparì all’istante dai titoli dei giornali, rientrando nell’anonimato, peraltro forse senza dolersene troppo. Il resto lo sappiamo: una tranquilla carriera nell’Esercito, avventure galanti, i sigari del mio bisnonno. In conclusione, la memoria del Conte di Torino resterà per sempre legata a quella vittoriosa stoccata del 15 agosto 1897, al Bois des Maréchaux.