L’estrema complessità del nostro essere e dell’ambiente in cui siamo inseriti ci ha portato ad elaborare un sistema per gestire la nostra esistenza a partire dalla percezione delle informazioni fino al loro utilizzo.
Noi, esseri umani, rispetto alle altre forme di vita, riteniamo di essere forniti della ragione, uno strumento che ci consente di decidere la direzione delle nostre azioni, slegate dalla mera necessità di nutrirci, proteggerci, divertirci e riprodurci come farebbe qualunque animale.
Così, le nostre energie materiali, mentali e spirituali hanno dato vita a fenomeni culturali quali: l’arte, la scienza, la filosofia e la religione in tutte le loro sfaccettature, dalle più nobili e pure alle più spregevoli e speculative.
Un aspetto importante di questo universo enormemente variegato è il simbolo. I simboli sono immagini semplici che significano qualcos’altro di molto complesso. La loro rappresentazione costituisce la parte fisica di un concetto all’interno di un certo tipo di cultura e che si completa con la conoscenza mentale e la comprensione spirituale. Queste caratteristiche consentono ai simboli di muoversi in maniera più o meno inconscia fra i diversi piani del nostro essere e trasferire messaggi che, a seconda di come vengono percepiti, veicolano il mondo delle idee e reggono le basi delle nostre civiltà.
Fra i tanti, è il simbolo dell’Uroboro ad essere parte integrante di questa trattazione. Questo simbolo, che è rappresentato da un serpente o un drago che si morde la coda, compare in tutto il mondo già dai tempi protostorici, dall’Egitto alla Grecia, dall’India all’America, e continua ad essere presente nelle sculture delle cattedrali medievali e nella tradizione alchemica. I Greci gli hanno dato il nome con cui oggi lo conosciamo e che significa proprio che si mangia la coda. Questa figura rappresenta, in forma di animale disposto in circolo, l’eterno ritorno, l’esistenza di un nuovo inizio che avviene inevitabilmente dopo ogni fine.
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Uroboro