Il salotto di Nonna SperanzaLa Grande Causa Bolognese

di Marinette Pendola

Come sia giunta a questo grado di potere non appare chiaro. Con ogni probabilità, entra nella banda per seguire il marito Filippo Giugni, uno sguattero d’osteria, e diventa presumibilmente l’amante del capo. Da questa posizione può mettere in risalto le sue capacità riuscendo a far carriera meglio del marito. Si esprime quasi esclusivamente in dialetto, eppure è in grado di tener testa al sardo Pinna, il temutissimo questore, e al processo nega tutto. E soprattutto dichiara di ignorare dove sia finito il resto della refurtiva. I malfattori sostengono di averlo gettato in mare, ma è più probabile che Maria, svolgendo con lealtà fino alla fine il proprio ruolo di cassiera, lo abbia nascosto in un luogo sicuro. Alla fine del processo è condannata a dieci anni di reclusione.

E Pietro Ceneri?
In quanto capo dell’associazione, è condannato ai lavori forzati a vita. Nel corso di un trasferimento in un carcere dell’isola d’Elba, riesce a fuggire buttandosi in mare fra Livorno e Portoferraio. È raccolto da un’imbarcazione che, casualmente – così appare in un primo momento – si trova in quello specchio di mare. Di lui non si sa più nulla per molto tempo. Molti anni dopo, si apprende che ha fatto buon uso del denaro messo al sicuro da Maria. Il diplomatico Alessandro Guiccioli ci riferisce nel suo diario, in data 10 novembre 1881, che a Buenos Aires condusse vita signorile sotto falso nome non mancando di elargire denaro in beneficenza, infine fu catturato in Perù.

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Immagine nella pagina:
I malfattori della Causa lunga di Bologna nella Sala d'Ercole di Palazzo Comunale, 1864, Museo civico del Risorgimento, Bologna




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Maggio 2015 (Numero 25)

Ingabbiatura in legno riempita di sabbia per proteggere il Nettuno da possibili attacchi aerei durante la Prima Guerra Mondiale

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